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Diario
 


SCRITTURA_CONDIVISA è un esperimento narrativo in cui diversi autori si alternano e si rincorrono nella scrittura di un unico racconto, ciascuno col proprio stile, ognuno con la propria creatività.
Con il susseguirsi dei capitoli, i personaggi e le ambientazioni si delineano sempre più, a volersi staccare dalla penna degli autori e a reclamare una vita propria e autonoma.
Una sorta di romanzo d’appendice scritto a più mani, che, sfruttando le potenzialità del blog, diventa racconto interattivo: ciascun lettore può infatti intervenire nella narrazione, suggerendo nuovi sviluppi o diventando a sua volta autore.
Nell’era di e-bay, delle e-mail, degli e-book e di tutto ciò che non riuscirà mai a rendere in digitale le emozioni e le sensazioni dei mercatini, delle lettere e dei libri “analogici”, SCRITTURA_CONDIVISA è un non-luogo di produzione, di confronto e, appunto, di con-divisione creativa.



[ COME SI DIVENTA AUTORE? ]

Per la prima pubblicazione, il nuovo autore dovrà inviare il capitolo scritto all’indirizzo di posta elettronica scritturacondivisa@libero.it , inserendo nel soggetto la dicitura “CAPITOLO n°…”. Successivamente, riceverà tramite e-mail i dati di login e password utili per inserire da sé i capitoli successivi.
Diventare autori di un racconto di SCRITTURA_CONDIVISA significa, anzitutto, rispettare il lavoro svolto finora, basando il proprio capitolo sui fatti narrati in precedenza (il che implica una lettura attenta dei capitoli precedenti); significa, inoltre, comunicare (nelle ataviche accezioni di rendere comune, mettere in comune) la propria passione per la scrittura ai lettori e agli altri autori; degli uni e degli altri, ciascun autore dovrà accettare, pertanto, le opinioni, i consigli, le critiche e le eventuali correzioni.


5 settembre 2005

UNITI DENTRO. [ Cap. XII ] Logorante attesa

La vetta era stata raggiunta. Perché inviare certi essemmesse è come scaricare un camion di mattoni! Ma peggio ancora, è l’attesa degli effetti che ne scaturiranno. Messaggi così poco accomodanti non conoscono mezze misure: o mettono tutto a tacere o generano guerra. E Rino - testa calda - temeva e voleva che la guerra prendesse corpo, come un fantasma in una notte d’estate. Già, perché quel “cazzo” aggiuntivo reclamava, certo, un suo diritto, ma nello stesso tempo cercava di ristabilire l’equilibrio che quella sera era stato drasticamente sballottato. L’attesa non fu facile: per il nostro diciassettenne incazzato non si trattava di resistere allo scorrere del tempo: controllare se stesso, concentrare le proprie forze sui suoi fragili nervi era cosa più difficile; in fondo, nel peggiore dei casi, avrebbe solo rotto con Peppe! No, la soluzione stoica non lo allettava. Lui, un carattere così forte non l’aveva mai avuto. Neanche quando lo aveva lasciato Nicole, una tipa, ai tempi delle medie, era riuscito a farsi forza. Gli c’era voluto proprio un bel po’ di tempo, e l’appoggio di quell’amico che ora si divertiva a condurre il gioco. Ma tant’era: Rino aveva un naturale bisogno di sapere che qualcuno, vicino a lui, c’era, che poteva contare su delle persone che non lo avrebbero abbandonato. Ma quanto ragionevole era sperare in ciò? Chiuso in queste elucubrazioni miste a malessere e timore, percepì una doppia vibrazione: essemmesse.
“E’ meglio se ci vediamo. Sotto casa mia per le sette, ok?”.
Ok.

di
Rimesparse




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2 settembre 2005

UNITI DENTRO. [ Cap. XI ] Anima danzante

Passò la serata a scrivere, cancellare e riscriverlo quel maledetto essemmesse: troppo duro, troppo poco, comprensivo, speranzoso, implorante a tratti…
Il fatto è che Rino, su quel display stava facendo danzare la sua anima, scoprendone meandri che manco sapeva esistessero prima.
Un dolore che non aveva nulla di fisico, un’ansia che montava minuto dopo minuto, ora dopo ora, ipotesi dopo ipotesi: ex? di nascosto? cosa? e io? …e ora?
E le risposte si sovrapponevano, si intrecciavano e, manco a dirlo, quelle stronze si reggevano il gioco l’una con l’altra, come vecchie amiche, perfide alleate, a volerlo tormentare, a confermargli che era, ahilui, sulla pista giusta.
Odiava ammetterlo, ma Occhionidolci lo aveva iniziato al mal d’amore… ommiodio, al classico dei classici, alla tragedia amorosa per antonomasia: lei col mio migliore amico. Stronza!
E a poco serviva raccontarsi che in fondo non l’amava così tanto, che il suo miglior amico era un quattrocchi brufoloso e secchione, che a perderci era lei… lui, si sa, domani ne avrebbe trovato un’altra, magari solo un po’ meno bella… senz’altro più onesta.
No, niente dieciragazzeperme, niente lagne alla masinipausinizarrilloecompani… al limite nessunrimpiantonessunrimorso, ok?
E quell’anima danzava, sì, ma con la grazia di chi poga ad un concerto degli Iron Maiden!
“Mi spieghi che succede?” – seleziona numero – invia – invio in corso – annullannullannullaaaaaaa – salvato in non inviati! (pfiù!)
“Mi spieghi che cazzo succede?” – seleziona numero – invia – invio in corso – inviato!

di nk




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2 settembre 2005

UNITI DENTRO. [ Cap. X ] Il non-risveglio

Il sole aveva appena fatto capolino sulla città e per Peppe, quella appena trascorsa, era stata una delle peggiori nottate della sua vita.
Non aveva chiuso occhio, e tutto ciò che riusciva a fare era camminare nervosamente su e giù per la stanza e continuare, imperterrito, a comperre il numero di Rino, incurante delle continue non-risposte, come se quel gesto rappresentasse tutta la sua vita ora, tutto ciò che gli rimaneva ormai da fare.
Quel "vaffanculo" gli risuonava ancora nelle orecchie, ed era l'unica cosa che riusciva a ricordare della sera precedente.
Avrebbe dovuto dirglielo. Avrebbe dovuto farlo molto tempo prima.
Ma non aveva immaginato quali pieghe avrebbe potuto prendere la situazione e, anche se lui non faceva altro che ripetere di non aver bisogno di nessuno, di non essere uno di quelli che posseggono la capacità di affezionarsi alle persone, lui a quel ragazzetto teneva tanto, era diventato in breve tempo uno dei suoi più grandi amici,
nonostante gli anni di differenza e tutte le cazzate simili. Peppe sentiva di aver bisogno di Rino. Ecco perché non aveva mai trovato il coraggio di rivelargli quella verità troppo scomoda per entrambi.
Aveva paura di perderlo. Ma era accaduto lo stesso.
E ora? Come spiegargli le cose? Come farsi ascoltare da lui?
Lo squillo del cellulare lo destò dei suoi pensieri.. "Rino"! esclamò speranzoso. Ma il display rivelava altro: Sophia.

di: Libera_Sognatrice




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2 settembre 2005

Uniti Dentro. [Cap. IX] Martello pneumatico e luce a intermittenza

Quella mattina Rino decise di restarsene a letto. Non aveva neanche alzato la tapparella e non aveva aperto la porta della sua stanza per far entrare il cane. Rimase lì, fermo, a fissare il soffitto e a cercare mille spiegazioni per quello che era successo la sera prima. Si chiese se il martello pneumatico che sentiva, era realmente lì per la strada oppure era solo nella sua testa.
La luce bianca del cellulare illuminava la stanza buia a intermittenza. Sullo schermo lampeggiava il nome Peppe. Lasciò il cellulare lì sul comodino a vibrare, come se avesse le convulsioni. Nn aveva voglia di rispondere, nn aveva voglia di mettersi ancora a litigare con lui. L'ultima parola che Rino gli aveva detto la sera prima era un sonoro vaffanculo urlato con tutta la rabbia che aveva in corpo.
Sette chiamate senza risposta. Tre messaggi ricevuti. Tutta roba di Peppe. Rino pensava che, se era così insistente, era perchè si sentiva profondamente in colpa. Lo conosceva bene, quando aveva ragione lui, rimaneva fermo sulle sue convinzioni e si aspettava che gli altri facessero il primo passo verso un'eventuale riappacificazione. Ma questa volta Peppe cercava insistentemente di mettersi in contatto con lui. "Và a vedere quanto si sente in colpa il pezzo di merda."
Sentiva che nelle sue vene non scorreva più sangue ma rabbia. Rabbia che cresceva violenta. Rabbia che aumentava se pensava a Sophia. Non una chiamata, non un messaggio.
"Stronza" - pensò.

Di Arwen




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1 settembre 2005

UNITI DENTRO [Cap. VIII] Diapositive

Già, non pensava a molto altro. Però quella domanda era lì, Rino doveva solo avere il coraggio di lasciarla libera. Era tutto così dannatamente perfetto, e sapeva che nulla è mai perfetto. E che non è per sempre come cantavano gli Afterhours. Quella domanda gli ronzava in testa continuamente. "Che significa ti aspettavo? Non capisco. Eppure quando sto con lei è come se dimenticassi ogni cosa...".
Sapeva che solo una persona poteva aiutarlo. Peppe. Lui e la sua lucidità stronza. Avevano sempre discusso su questo. Peppe così lucido, di un realismo che a tratti sconfinava nel cinismo. Rino più idealista, più bueno nei confronti della vita. Sprezzante sì, ma sempre pronto a dare una seconda possibilità.
Peppe, come al solito, era in clamoroso ritardo. Si incontravano al solito posto, alle gallerie. Rino ormai era abituato a quei ritardi e per ammazzare il tempo restava lì a guardare annoiato la gente che passava. Una coppia di turisti braccati dai soliti venditori di stampe, una scolaresca in gita davanti al San Carlo, una ragazza che, anche con 10 gradi, portava la gonna così corta da lasciare poco spazio all'immaginazione, un signore anziano con gli occhi sereni di chi ha vissuto la propria vita appieno, un gruppo di ragazzi che si erano conosciuti attraverso il meraviglioso mondo di internet, lo studente seduto al tavolino di un bar mentre legge di mondi esotici dai colori caldi. Diapositive di una città capace di emozionare ancora chi ci vive.
Una pacca sulla spalla, gli occhi azzurri di Peppe. "Oh sei sparito" - dice. "Poche stronzate, ho un problema serio" - ribatte Rino.
Dopo due ore, otto birre in due e un pacchetto di sigarette, Rino tira un sospiro e dice "Ecco, questo è quanto." Peppe era stato quasi sempre nella stessa posizione, il mento poggiato sulla mano, le dita a giocherellare col pizzetto che ormai cresceva folto e rossiccio. Ogni tanto si passava una mano nervosa tra i capelli, sempre più preso dal racconto di Rino. Si accendeva una sigaretta, beveva la sua birra a gran sorsate e ascoltava senza distogliere lo sguardo.
"Ma che significa ti aspettavo? Te l'ha mai detto che significa? Insomma lei ti conosceva già? Era lì apposta per te?" - chiedeva impaziente di sapere ancora.
"Eh Peppe, se avevo le risposte mica ti ponevo il problema!" - risposta secca, stizzita.
"Senti a me cumpà, signorina musetto imbronciato ti nasconde qualcosa. Fa il doppio gioco. E ti dirò, a me sta pure un pò sulle palle." - ormai era diventato un botta e risposta. "Peppe se vuoi fare a botte dillo e finisce la storia. Non ci starò capendo un cazzo di sta storia ma bada a come parli!" - irresistibile Rino quando si incazzava, Peppe era davvero fiero di lui.
"Ok Rino, facciamo così. Portami da lei, voglio parlarci un pò...magari vedere che persona è..."
Peppe non sapeva davvero a cosa stava andando incontro. Lo avrebbe scoperto mezz'ora dopo.

Sophia raccolse i capelli con una pinza, un ricciolo ribelle le scendeva sulle spalle ma decise di lasciarlo lì. Odiava dover uscire con così poco preavviso, poi non sapeva nemmeno chi fosse questo Peppe che era con Rino.
Uscì di casa, e sentendo la risata allegra di Peppe provò un inaspettato fastidio. Aprì il cancello.
I suoi occhi incontrarono quelli di Peppe. Una fitta lancinante allo stomaco e la sensazione di un coltello a squarciarle il petto.
"Io me ne vado" - la reazione secca di Sophia. E così dicendo va via chiudendosi il cancello dietro le spalle. Peppe impietrito, gli occhi di un azzurro vitreo e senza vita.
"Peppe, che cazzo significa? Dimmi che cazzo significa!"

Di Arwen




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31 agosto 2005

UNITI DENTRO [ Cap. VII ] L'altro mondo

Come accadeva sempre con le ragazze che gli piacevano, Rino era convinto che anche Sophia fosse fuori dalla sua portata; e considerava il proprio interesse nel solito modo sospeso.
Ma stavolta non privo di iniziativa.
Con una battuta su quanto fossero tristi e ritardatari gli autobus in quella città, le chiese se poteva accompagnarla.. in qualunque luogo lei dovesse andare.
Per tutto il tragitto hanno parlato, hanno parlato tanto, lei seguiva le sue parole con occhi attenti.
Come a destarlo da un bel sogno, le parole di lei, << sono arrivata >> .. il primo pensiero di Rino fu che non poteva continuare a restare chiuso dentro il suo mondo (aveva passato diciassette anni della sua vita lì dentro) mentre lei se ne andava per sempre; decise di uscirne.. avvicinandosi e dandole un bacio sulla fronte.
Lei resta sorpresa, solo per un attimo.. un attimo per Rino interminabile, in cui il suo unico desiderio è stato quello di scappare via.. e invece lei lo sorprende a sua volta, baciandolo rapida sulle labbra per poi scomparire dietro un cancello.
Rino, tornando a casa, per la prima volta ha l'impressione di camminare senza la minima fatica, su un tappeto continuo di euforia e leggerezza.
Era sbalordito.. da se stesso.. e dall'idea che la scoperta dell'altro mondo potesse produrre tali cambiamenti in così poco tempo, trasformare un desiderio irrealizzabile in realtà da un momento all'altro.
Rino e Sophia cominciarono a vedersi ogni pomeriggio, anche solo per camminare insieme per la città.
Stava con Sophia e non riusciva a pensare a molto altro.

di 
Libera_Sognatrice




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31 agosto 2005

Uniti Dentro. [ Cap VI ] Sophia.

Fu un attimo. Mentre Axel Rose gridava nelle sue orecchie don't you cry tonight, I still love you babe, Rino la vide. Era come se lei lo stesse aspettando. Era ferma lì, alla fermata dell'autobus, con le mani in tasca, le spalle ricurve sotto il peso del suo zainetto, i capelli neri come la pece. In ogni suo ricciolo perfettamente disegnato un riflesso blu come il cielo nelle notti d'inverno, e un musetto imbronciato a causa del suo mal-de-vivre. Gli occhi incredibilmente neri e inquietanti. Rino riconobbe in lei il suo stesso disagio, la sua stessa voglia di evadere, il suo stesso io sono diverso da tutti voi, fottuti mediocri.
Si sentiva inevitabilmente attratto da quell'estranea. Indossando la sua migliore faccia da culo e accendendosi una marlboro rossa - l'ultima - decise di avvicinarsi a lei. Axel aveva smesso di gridare. Anche se Rino non poteva vederlo, sul display del suo lettore adesso scorreva la scritta Wish you where here. Partito l'arpeggio. La misteriosa ragazza col musetto imbronciato continuava a fissarlo.
"Giuro che se quel cazzo di autobus arriva proprio ora, mi faccio cinque chilometri a piedi piuttosto che lasciarmela scappare" - pensava.
Più si avvicinava a lei e più gli sembrava lontana. Nemmeno l'accenno di un sorriso su quelle labbra che sembravano disegnate da Raffaello. L'aveva raggiunta. Erano fermi, uno di fronte all'altro, e si scrutavano in silenzio. Rino tolse gli auricolari e li mise in tasca. Lei, gli occhi fissi in quelli di Rino, sorrise, finalmente. Rino aveva perso le parole: come incontrare per caso il destino e non sapere cosa dirgli.
Fu lei a parlare:
"Il mio nome è Sophia. Ti aspettavo."

di
Arwen




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31 agosto 2005

UNITI DENTRO. [ Cap. V ] Cervello cromato.

«Mai sentito... sarà un videogame.» - gli rispose Tony, fedele alleato di banco dai tempi delle medie, senza staccare per un solo istante lo sguardo dalla nuova rivista di computer che gli aveva prestato Gino, l'altro quattrocchi come lui - «Ma potresti cercare in rete. C'è tutto.» - si preoccupò di aggiungere con un tono troppo da banner pubblicitario.
«Sì, magari vado a "chilavvisto"!» - ribatté Rino che nemmeno per un attimo aveva sperato che quel "poppante" sapesse qualcosa di un certo Pac2... 2Pac... ora non ricordava nemmeno lui.
«Tony, ti ricordi il tizio pelato con il tatuaggio sul braccio? Be', ieri ci sono stato con Peppe... Vedessi che ambiente...».
«Il pelato? Cosa il braccio? ...Scusa Rino, è arrivata mia madre. Poi mi dici, ok? Oh, chiamami.» - gli rispose il quattrocchi camminando all'indietro e gesticolando verso la mammina che non si staccava da quel cazzo di clacson!
Con l'amaro sorriso di chi sa che al mondo, al loro mondo non frega un cavolo di quello che hai da raccontare, Rino lasciò il cortile del Pascoli alla volta della fermata dei pulmann. Inserì nelle apposite fessure situate ai lati della sua testa gli auricolari, e giù, con il passo felpato di chi ha le pile scariche a vita.
Adenina, citosina, codice genetico e quant'altro il prof di scienze si era sforzato di inculcargli in quegli ultimi cinquanta minuti: come, qualcuno gli spieghi come avrebbero potuto quelle cose, anche per un solo istante, occupare la più remota sezione di quel cervello cromato.


nk




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31 agosto 2005

UNITI DENTRO. [ Cap. IV ] La pisciatina.

«Bicchetti... Borgi... Damare... Falosi! Oggi sentiamo Falosi!» - sentenziò la Brachini tra le implorazioni di tutta la quarta bi.
«E tu, Damare, sempre al cesso, vero? Vai, va' va' fanciullo!» - pentita di non averlo chiamato nemmeno oggi.
Giro largo verso l'attaccapanni, tasca interna antisgamo, marlboro rosse da dieci, e via, sgattaiolando di traverso tra gli sguardi di quei poppanti senza vita.
«Only God can judge me». Caspita, come suonavano bene nella testa di Rino quelle cinque parole scritte in rosso con un tratto molto incerto, forse per l'equilibrio precario dell'autore, sullo sciacquone del cesso di destra, quello in fondo per intenderci. Che fosse un libro, un disco o altro, lo avrebbe cercato e scoperto. Doveva assolutamente averlo... magari non ora, ora c'era la pisciatina.

nk




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31 agosto 2005

UNITI DENTRO. [Cap. III] Casualità inaspettate.

Napoli a Natale diventa una donna incantata dai capelli corvini, si veste di luci bianche e accende i sogni e le speranze di tante persone. Anche quelle di Peppe. Due anni dopo il primo incontro tra i due ragazzi egli si trovava fuori da una piccola bottega, di quelle che devi conoscere per trovarle, talmente piccole e nascoste come sono. L’odore di vecchio e di troppa polvere impregnava tutto il piccolo locale, non vi era un ordine e c’erano quadri e tele dappertutto in attesa di qualcuno che scoprisse le loro storie. Nonostante i suoi diciannove anni, Peppe ne dimostrava molti di più.
I suoi occhi azzurri fissavano un uomo all’interno. Capelli bianchi, un volto dai lineamenti dolci e tranquillizzanti, anche se segnato dal tempo. Erano trent’anni che gestiva quel piccolo negozio e i suoi occhi ancora pieni di vita nascondevano storie vecchie e nuove. Carlo e sua moglie si erano occupati di Peppe sin da quando era piccolo. Nessuno gli aveva mai parlato della sua vera storia e della sua vera famiglia. Gli avevano sempre detto che “era stata una disgrazia” e lui lo aveva accettato, nonostante il suo desiderio così grande di conoscere le sue origini.
Negli ultimi tempi la situazione si era fatta insostenibile: il lavoro scarseggiava, vi erano proteste e manifestazioni per le strade. Anche la bottega ormai non fruttava più così tanto, a volte lo stretto indispensabile per andare avanti e “mettere il pane a tavola”.
Si diceva anche che quella zona del centro non fosse poi più così sicura per un piccolo commerciante, giravano strane voci e strane persone. Ascoltando i pettegolezzi del vicolo pare che qualcuno volesse essere pagato per permettere di tenere aperto il negozio.
Ma Carlo non voleva saperne - << Questo buco è tutto quello che ho!>> diceva. Amava l’arte e da sempre aveva cercato di trasmettere a Peppe quella sua stessa passione, che gli permetteva di ascoltare i volti e i paesaggi che venivano ritratti.
Peppe non si era mai interessato a queste cose, non riusciva a provare lo stesso interesse in quella bottega e pensandoci si sentiva in colpa nei confronti di quello che per lui era stato un vero padre e non gli aveva mai fatto mancare nulla. Lui voleva andarsene via, stabilirsi lontano e cercare fortuna.
Stava lì fermo, con lo sguardo perso nei suoi pensieri.
Voleva dare una mano, aveva finito la scuola, ma per ora le sue ricerche per un impiego senza pretese erano andate male.
Per tutti quegli anni di liceo non aveva combinato nulla, faceva finta di studiare e si cullava del fatto che i professori lo ritenessero intelligente fuori dal normale. Non era viziato, ma semplicemente orgoglioso e fiero. Due anni fa stava per cacciarsi nei guai – non che non li avesse mai combinati, sia chiaro – ma intendo dire nei guai veri, seri. Invece di andare a scuola, aveva seguito alcuni amici più grandi ad una manifestazione, finita poi molto male. Alcuni vennero feriti, altri portati in prigione. Ma lui. Lui non era mai stato capace di fare male a qualcuno. Era un ragazzo buono e lo si vedeva da quegli occhi così azzurri e così limpidi. Come quelli della madre, diceva sempre Carlo.
Non aveva più ripensato a quel giorno, di cui ricordava la preoccupazione dei suoi genitori adottivi e una cioccolata calda in compagnia di un ragazzo come lui.

Sorrise al ricordo.
Da allora non si erano più rivisti.
Il loro incontro era avvenuto all’improvviso e la loro storia era stata affidata al caso.
Improvvisamente qualcuno apre con forza la porta della bottega.

In piedi sulla porta c’è un ragazzo dagli occhi scuri e la pelle abbronzata. Inizia a deridere il vecchio e la sua catapecchia con un modo di fare terribilmente presuntuoso, scatenando in Peppe rabbia e determinazione.
Il giovane si alza.

Gli occhi si incontrano.
Ricordi e sussulti si affollano nella sua mente nel giro di pochi istanti.
Rino era davanti a lui.

di
Neverland




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